Vino: le difficoltà di vendere all’estero

Anche in Europa la burocrazia frena le imprese vitivinicole. “Vendere vino all’estero è un impegno – commentano Paolo Rovellotti, presidente Coldiretti Piemonte e Maurizio Soave, componente di giunta con delega al settore vitivinicolo – prima ancora che un obiettivo a cui è necessario tendere se si vuole garantire reddito alle imprese vitivinicole”.

 


“Queste devono sempre più fare i conti con la concorrenza, con il potere d’acquisto ridotto delle famiglie e con il timore per l’etilometro, talvolta eccessivo, dovuto alla non completa conoscenza dei limiti e della loro reale misura. A parte i problemi con il tasso alcolico, le aziende si trovano a combattere una guerra contro un altro tasso, ancora più spinoso, quello doganale. I dazi e le accise applicate in alcuni Paesi Europei ed Extra Europei sono una vera e propria azione di embargo che condiziona fortemente le attività di import-export del vino”.

“Dove non esiste ancora una cultura enoica la cosa è meno scandalosa, ma quando a mettere i bastoni tra le ruote è un Paese della Comunità’ Europea, tramite l’imposizione di accise che salgono a 5 o più euro /litro, oppure con l’applicazione di restrizioni formali all’ingresso nel proprio mercato, il tutto non trova giustificazione e va contro i principi di reciprocità tra i Paesi dell’Unione”.

In questi giorni Coldiretti ha avuto occasione di occuparsi di vendite all’estero per alterne vicende, alcune positive, altre negative.
Di positivo c’ è che sono molti gli estimatori del nostro vino, anche nel lontano Oriente.
Si rileva che in molti paesi asiatici i dazi, le imposte e i costi dovuti ai vari passaggi fanno comunque lievitare i prezzi, che incidono poi negativamente sugli acquisti. Non mancano tuttavia casi in cui vi siano situazioni quasi di “duty free”, come per Hong Kong.

Negli stessi giorni Coldiretti ha avuto necessità di interpellare l’Agenzia Centrale delle Dogane perché in Spagna si sta impedendo ai “piccoli produttori” di inviare vino secondo le deroghe stabilite dalle direttive in ordine all’obbligo di licenza di deposito fiscale e di compilazione del DAA (Documento Amministrativo Accise). Ben inteso, non si tratta di nessuna agevolazione economica, bensì di mere formalità. Coldiretti Piemonte ha quindi evidenziato l’assurdità che un Paese UE come la Spagna – che tra l’altro è uno dei principali produttori ed esportatori – possa applicare disposizioni nazionali restrittive, in evidente contrasto con i principi di libera circolazione delle merci

La risposta delle Dogane è stata che la penisola Iberica non riconosce lo status di piccolo produttore (meno di 1000 hl/anno), pertanto chi intende inviare vino in quel mercato deve dotarsi di codice d’accisa ed emettere il DAA .
Già in passato la Spagna ed altri Paesi UE avevano creato qualche problema, poi risoltosi con il chiarimento che i Paesi Membri potevano sì non riconoscere la suddetta condizione, ma solo al loro interno, vale a dire in modo attivo sui propri produttori, senza possibilità di impedire, tuttavia, che i “piccoli produttori” di altri Stati immettano sul loro territorio vino, impiegando il semplice documento vitivinicolo, in ossequio alla suddetta deroga.
Ora la restrizione torna in auge, e quel che è peggio, non si ammette l’appoggio su altro depositario fiscale (una sorta di triangolazione) o di nomina di rappresentante fiscale che adempia agli obblighi d’ accisa per conto dello speditore.
Tutta l’intricata matassa, è oggetto di attenzione di Coldiretti, che sta approfondendo a Roma e a Bruxelles al fine di sollecitare i chiarimenti e ottenere l’armonizzazione della agevolazione per i piccoli produttori in ambito UE, insieme ad una revisione della pesante burocrazia che ostacola le vendite intracomunitarie.

(Viniesapori)

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *