Vino, il doc in cartone è più verde…

È un po’ la rivincita del Tavernello contro i puristi della bottiglia. La piccola rivoluzione che in questi giorni sta facendo discutere produttori, esperti e semplici appassionati sta tutta in un decreto del ministro delle Politiche agricole Zaia, che concede anche in Italia la possibilità di confezionare i vini Doc in contenitori alternativi al vetro. Ma non chiamatelo “vino di origine cartonata”: Barolo, Brunello e Chianti Classico non corrono alcun pericolo.

Anche l’ uso dei cosiddetti “bag in box”, i “cartoni di ultima generazione”, resta infatti rigorosamente off limits per tutte le etichette che riportano la sottozona o menzioni come “riserva” e “superiore”. Vino Doc sì, dunque, ma senza pedigree e da bere in fretta. La cosa appassiona anche il New York Times, che ci elogia senza mezzi termini: “Il vino nel cartone fa bene all’ ambiente”. Sì, spiega Tyler Colman (l’ anno scorso premiato come miglior wine blogger americano), perché trasportare il vino nei box è il modo più ecologicamente corretto (non va dimenticato che negli Stati Uniti più del 90 per cento dei vigneti si trovano nell’ assolata West Coast, mentre la maggior parte dei consumatori vive nella più sofisticata East Coast). Ecco, se una bottiglia in viaggio dalla California a New York produce 2,3 chilogrammi di anidride carbonica, gli stessi 750 millilitri “cartonati” ne producono la metà: “Un risparmio di spazio e peso che – calcola Tyler – potrebbe ridurre le emissioni di Co2 di circa 2 milioni di tonnellate, l’ equivalente della scomparsa di 400 automobili”. Le ragioni della scelta italiana hanno però più a che fare con il marketing che con l’ ambiente. La svolta del cartone è stata infatti voluta da molti produttori, quelli piemontesi in testa. Che non pensavano certo ai consumatori italiani, ma a quelli del Nord Europa: “I nordici non percepiscono affatto i contenitori di cartone come sinonimo di bassa qualità, anzi, li vedono come innovativi, pratici e facili da smaltire – spiega Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio Soave -. E dunque perché mai dovremmo lasciare un mercato tanto ricco in mano ai francesi?”. Sulla stessa linea d’ onda anche Andrea Sartori, presidente di Unione Italiana Vini: “Il “bag in box” sarà utilissimo per promuovere il nostro vino”. “Attenzione, non si tratta del cartone tradizionale in tetrapak, come quello del latte – spiega Paolo Castelletti, segretario dell’Unione Vini -, bensì di contenitori da 3-5 litri in cui il vino rimane sempre al riparo dall’ aria: anche dopo giorni dal primo bicchiere è come se non fossero mai stati aperti”. Non tutti però sono pronti a spillarsi un onesto Dolcetto d’ Alba o un Piemonte Barbera direttamente dal cartone: “Solo il pensiero mi fa rabbrividire – scherza Gigi Piumatti, responsabile della Guida ai vini d’Italia -. La bottiglia è sempre sinonimo di qualità, anche per i vini da tavola”. L’Associazione Italiana Sommelier teme l’effetto contrario, ovvero che il box danneggi l’immagine del vino italiano all’ estero. La produttrice Chiara Lungarotti, vicepresidente dell’ associazione Donne del Vino, non grida all’eresia: “Non è una strada che fa per le Cantine Lungarotti, ma se si vogliono conquistare mercati come quello svedese è necessaria. In Canada ho persino visto pregiati vini australiani nelle bottiglie di pet, quelle dell’acqua minerale…”. Ma sulla sua tavola ce lo vede un cartone al posto della bottiglia? “Sulla mia, mai! Ma a casa di amici non farei tante storie”. (Corriere della Sera)

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