Se la sbronza ha origini sacre…

Dall’ebbrezza degli sciamani al vino da messa… Tragos, aguardiente, rakì, puros, sgnappe, sakè, chicha, ogni cultura ha un nomignolo affettuoso per l’origine delle sbronze. E da quando qualcuno ha cominciato ad accorgersi che fermentando tutto o quasi tutto, frutti, cereali, latte, patate, yucca e manioca diventa una bevanda inebriante e che “stona”, l’alcol è diventato un compagno di tutte le culture, perfino quelle che apparentemente lo bandiscono come l’islam, ma poi lo inseguono nei voli mistici dei Sufi e dei Dervishi rotanti.

Guida gli sciamani nei loro voli fuori dal corpo, conduce intere comunità ad affrontare i periodi peggiori dell’anno, scandisce con la sua presenza feste e ricorrenze. Se da un lato la “sacra sbronza” è presente in tutte le culture perché consente quella variazione alla normalità che è la festa, il carnevale, ma anche il lutto e la memoria, dall’altro non c’è cultura che non abbia inventato modi e gradi per regolarne gli effetti. Perfino tra i minatori delle miniere d’argento più pericolose del mondo in Perù, la borracheria, la sbronza, prende un aspetto regolato da un dialogo con la Virgen, con la Madonna che appare nelle profondità della terra a contrastare la presenza di Satana, simbolo del lavoro salariato, un lavoro inventato dai bianchi. Gli aztechi sapevano bene dosare sulle folle gli effetti del pulken, una bevanda schiumosa e inebriante tratta dal maguey, dall’agave e la dose maggiore veniva propinata quando ogni quattro anni il calendario azteco faceva cilecca di un giorno. L’ubriachezza generale portava all’oblio di un errore di proporzioni cosmiche. Quando arrivarono i missionari e gli spagnoli armati ad accompagnarli, il pulken fu proibito e al suo posto fu introdotto il vino, che la cultura locale non sapeva gestire. E allora si dette la stura all’ubriachezza triste, quella dei vinti. Ma anche quella dei vincitori. I missionari a cui la Chiesa di Roma, impaurita dall’intelligenza degli indios, proibì di predicare in nauatl nella lingua locale, si buttarono sull’alcol per affogare il proprio fallimento. Il vino, non dimentichiamolo, è stato reso sacro non per metafora, ma per “transustanziazione”, una parola difficile per dire che il corpo di Cristo diventa vino. Su questo tema si scatenarono eresie e si formò la filosofia cartesiana. Il vino non è mai stato “se stesso” comunque, se per i Greci era una bevanda e nello stesso tempo Dioniso, un Dioniso baccante ma anche messo a morte dalle baccanti in stato di ubriachezza. Per i Greci il vino era un veleno e un dono, nel senso più antico del termine, di pharmakos, e di gift, qualcosa che può farti del bene ma anche ucciderti. E ancor oggi nella cultura popolare la “sbronza” è una fenomenologia, cioè una serie di gradi che bisogna saper affrontare: si parla nella cultura andalusa di almeno quattro gradi: cantos religiosos, una sbronza compita, cantos patrioticos, una effervescenza politica e quindi più disposta al litigio, di negacion de la evidencia, quando la sbronza comincia a fare effetto sui sensi, e infine di apoteosis final, la santa barbara dell’ubriaco che traduce tutto il mondo nelle proprie categorie. Senza l’alcol potremmo scordarci la base occidentale della convivenza civile, il Simposio, il Convivium, un luogo e una situazione in cui l’ubriachezza andava regolata e controllata per permettere alla parola di diventare faconda e di creare il legame sacro tra gli uomini e la loro capacità insieme di cercare la verità. Il più bravo era Socrate che beveva molto e ma era sempre lucido. E Cristo non gli era da meno, nei suoi convivi con esattori delle tasse, prostitute e discepoli, cosa che i bacchettoni del tempo, i farisei, puniti per l’eternità a rappresentare gli ipocriti, gli rimproveravano di continuo. (La Repubblica)

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