Scissione in casa Amarone

Un gruppo di produttori si stacca dal Consorzio… Qual è il prezzo giusto di una bottiglia di vino Amarone? Per i dieci produttori di famiglia che ieri hanno dato vita all’omonima associazione dell’Amarone e dell’arte, non può essere venduta a meno di 25 euro. Invece, accade di trovarlo sugli scaffali anche a meno della metà. Com’è possibile quando i costi di produzione e selezione delle uve, di appassimento, di vinificazione sfiorano i nove-dieci euro? “Già, com’è possibile una cosa del genere?”, ripete la domanda Sandro Boscaini, presidente della neonata associazione presentata a Roma e che raggruppa tra le più rappresentative aziende di famiglia della Valpolicella.

Boscaini lo fa con l’ironia di chi sa che l’Amarone che produce “non è da bancarella”: che “non può essere svilito da mercanti fautori del low cost, che impongono prezzi impossibili a produttori che pur di vendere rischiano di perdere di vista la qualità”. E’ un fatto che l’Amarone sia uno dei pochi vini italiani meno toccati dalla crisi, soprattutto sui mercati esteri dove va l’80% della produzione. Ma è anche vero che questo successo da 100 milioni di euro ha invogliato molti vignaioli (1.300 su 2.500 di tutta la Valpolicella) a produrre Amarone anche in zone meno indicate. Il risultato è che in u na manciata di anni la disponibilità sia cresciuta da tre-quattro a otto-nove milioni di bottiglie. Con la stima di arrivare nel 2011 a 15 milioni di bottiglie. Troppe per i dieci fondatori dell’Associazione (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Sant’Antonio, Speri, Tedeschi, Tommasi, Zenato) che, preoccupati per la piega che la situazione sta prendendo, hanno deciso di correre ai ripari, alleandosi e dotandosi una politica produttiva molto severa. Questa scelta, che a parole non vuole essere contro qualcuno, nei fatti si differenzia di molto dalle linee del Consorzio di tutela. Linee che certo rispondono ai parametri istituzionali previsti dalla relativa legge sulle Doc, ma che evidentemente le aziende di famiglie vogliono rivedere in senso restrittivo. Tre in particolare: elevare la gradazione alcolica minima a 15° contro i 14° fissati dal disciplinare; portare gli estratti (parti secche residue) a 30 grammi per litro, rispetto a 27; allungare a 30 mesi il tempo di affinamento quando la normativa ne fissa solo 24 mesi. Misure che forse non convincono qualcuno ma i vignaioli della neonata Associazione ritengono indispensabili per la qualità. (Il Sole 24 Ore)

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