Più verità nel vino…

“In vino veritas”, ma il mondo del vino è sincero? Mi sorge questo interrogativo in queste giornate di “Vinitaly”, a Verona, dove corrono dati, convegni, presentazioni, degustazioni che comunicano, apparentemente, fiducia, sicurezza, ottimismo. È davvero così? A prima vista pare proprio di sì.  I rossi e i bianchi sembrano tenere discretamente bene le loro posizioni (con cali contenuti): a partire dall’export di cui cambiano le destinazioni (emergono nuove realtà, quali Messico, Brasile, Taipei, Singapore, Corea, in contrazione Usa e Europa), così pure il consumo interno e la qualità dei vini in bottiglia è in crescita. L’interrogativo è se questo status quo terrà l’onda lunga della recessione oppure la crisi si farà sentire a scoppio ritardato.
Il dato bizzarro è costituito dal calo delle vendite dei vini da tavola (dai brik ai bottiglioni con tappo a corona) nella grande distribuzione rispetto ai vini a denominazione d’origine. Di fronte alla crisi la previsione più ovvia – passaggio del consumatore a fasce di prezzo inferiori – contrasta con la realtà. Questo dato di fatto conferma la ricerca del “bevitore” della qualità e soprattutto di rossi e bianchi legati al territorio, mentre il calo dei vini da tavola indica il mancato acquisto di un bevitore poco interessato a ciò che beve.
Anche le etichette griffate, di fronte a questa congiuntura, sembrano subire cambiamenti d’uso. Sono meno assaggiate nei locali (che segnano la situazione economica in misura maggiore) per il prezzo che ricade pesantemente sul conto finale, ma sono più popolari a cena a casa o durante vere proprie degustazioni tra le mura domestiche.
Nei ristoranti, in particolare la fascia medio-alta , il consumo prevalente avviene con i vini a calice: una modalità intelligente che sicuramente aumenterà nei prossimi mesi e anni. Insomma pare proprio che al vino non si rinunci, al grido di sobrietà al giusto prezzo. “In vino veritas”, ma qual’è la verità di un vino, prodotto con lo stesso vitigno, nel medesimo territorio con un prezzo maggiore del 300% rispetto a un fratello con le caratteristiche tali e quali, esclusa l’etichetta? Quali sono i valori che contribuiscono a formare il prezzo differenziato? I vigneti, le uve ottenute, la posizione nel territorio, la lavorazione, la storia e tradizione dell’azienda, ma soprattutto la capacità di posizionare nel mercato la cantina e le etichette. Lost but not least il giudizio dei critici. Ci saranno differenze sostanziali di prezzo anche in futuro tra chi gode di rendita di posizione rispetto agli outsider “fratelli” per nascita? La parola al mercato e ai tempi della crisi. Sine qua non semper. 
(Il Sole 24 Ore)

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