Pianosa: nella “terra del Diavolo” una vigna per riscattare gli ex detenuti…

Agli antichi proverbi, lui ci crede con riserva. Specie ad uno: Bacco, tabacco e Venere, riducono l’uomo in cenere. Ma va? Commenta sotto i baffi: “Andatelo a raccontare ai detenuti. In cenere finiscono coloro che ne devono forzatamente fare a meno”. Con i detenuti, in particolare quelli del supercarcere di Porto Azzurro (isola d’Elba) l’educatore dottor Domenico Zottola ha passato una vita. Ascoltando i loro problemi” che sono poi i problemi di ogni uomo in costrizione forzata. E che hanno un grande, grandissimo problema in più: il futuro.

Ovvero: che fare “dopo”, quando la pena sarà finita. Perché troppo spesso, dice Zottola, la società t’impone di pagare per gli errori commessi, ma pagato il tuo debito non s’interessa più di te. Reinserimento, redenzione? Belle parole, ma spesso dietro di loro c’è il vuoto. Lui, Domenico Zottola, questo vuoto cerca di riempirlo. Come può, con le forze che ha. Che sono, per un uomo dai capelli bianchi e dall’età che un tempo si diceva venerabile, nettamente sopra il normale. Così oggi è a capo di una cooperativa di ex detenuti – ma anche di detenuti in regime di semilibertà – che all’Elba svolge lavori specializzati dove la manodopera locale manca; ma più che altro si dedica a tenere in vita l’ex carcere dell’isola del Diavolo, ovvero di Pianosa. D’estate vi gestisce una mensa per i turisti e per il personale di guardia e un piccolo spaccio di artigianato “carcerario” – magliette, riproduzioni di punti paesaggistici dell’isola, collanine di conchiglie, paccottiglia che i detenuti imparano a confezionare nei lunghi anni d’isolamento – che fornisce qualche risorsa a chi meno ha dietro le sbarre. Zottola fa tutto: raccoglie le idee, mette insieme il materiale, tiene i conti, e spesso si mette dietro il banco e fa il commesso, il venditore, la memoria storica. Già, la memoria storica. Proprio come richiamo al passato, adesso ha lanciato un’idea che sembra un’utopia pura: rilanciare su Pianosa la coltivazione della vite da vino con la sua cooperativa di detenuti e di ex. L’avevano iniziata i Romani, che ne traevano un vino (il “palmento”) considerato tra i più prelibati. Devastate e incendiate dalle incursioni dei pirati saraceni – che intomo al ’500 avevano più volte raso al suolo le costruzioni e deportato come schiavi gli abitanti – le vigne erano state poi reimpiantate, con grande interesse dello stesso Napoleone nei famosi giorni dell’esilio elbano. La colonia penale ne aveva poi fatto un vanto: ancora oggi in un fabbricato fatiscente ci sono le antiche botti di vinificazione, una striscia sul muro che testimonia anno per anno la produzione del vino, e persino l’iconografia naif di un allegro Bacco a cavallo del suo ciuchino che brinda presumibilmente con il nettare “made in Pianosa”. Zottola scherza sull’argomento, ma è determinato. “Su tabacco e Venere non mi pronuncio – dice agli amici – ma su Bacco sono disposto a scommettere: se ripartiamo con le coltivazioni della vite, sarà Bacco a salvare dalla cenere tanti che oggi non hanno un futuro”. Così ha elaborato un progetto e l’ha presentato a tutti: Regione Toscana, ministero di Grazia e Giustizia, Parco dell’arcipelago toscano. Il Bacco dei detenuti, che ridacchia allegro dal basto del suo ciuco dalla volta dell’ex sala dei tini, sembra dargli fiducia. E lui, l’educatore e sognatore Domenico Zottola, spera che gliela diano anche gli uomini di buona volontà. (La Nazione)

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