Non rallenta la domanda di vino in Cina…

Ha meno di quarant’anni, dispone di un reddito medio-alto, è curioso di sperimentare gusti diversi, insegue gli status symbol. È questo il profilo tipico del consumatore cinese di vino. Per convincerlo a bere sempre di più italiano (anche qui i francesi la fanno da padrone), dopo dieci anni Vinitaly China ha deciso di cambiare formato. “La formula del workshop-degustazione funziona meglio rispetto alla fiera classica, perché in questo modo siamo riusciti ad attirare operatori più qualificati” , dice Camillo Cametti, consigliere di Veronafiere, a Shanghai per la seconda e penultima tappa di Vinitaly China (la manifestazione si chiude oggi a Macao).

A giudicare dal numero delle presenze e dall’entusiasmo degli esperti cinesi, in effetti, i tempi in cui l’esposizione vinicola si svolgeva nei freddi saloni degli spazi fieristici di Pechino e di Shanghai sembrano lontani anni luce.
È diverso l’ambiente ma, soprattutto, è diverso il pubblico. D’altronde, in dieci anni, il mercato del vino in Cina è cambiato radicalmente. Oggi, il Dragone è il paese con il più alto tasso di crescita dei consumi al mondo. Secondo fonti domestiche, entro il 2011 la Cina diventerà l’ottavo mercato vinicolo mondiale con un consumo complessivo di un miliardo di bottiglie l’anno. Sono cifre da capogiro di fronte alle quali i produttori stranieri, che oggi coprono solo il 6% della domanda domestica, non possono restare indifferenti.
“Certo, è un mercato difficile da conquistare, ma dobbiamo crederci, esattamente come trent’anni fa abbiamo creduto negli Stati Uniti” , osserva il presidente dell’Unione Italiana Vini, Andrea Sartori. Serviranno pazienza e strategie mirate, anche perché la concorrenza straniera è assai agguerrita. “La Cina vanta una tradizione culinaria antichissima, e i cinesi a tavola sono molto conservatori. Per questo motivo, il nostro obiettivo sarà cercare di abbinare i nostri vini ai piatti della cucina cinese. Dobbiamo puntare alla contaminazione e non alla sostituzione” , spiega Walter Brunello, presidente di Buonitalia.
I produttori italiani presenti a questa edizione sono convinti che valga la pena di scommettere sulla Cina, anche se oggi per mettere un piede su questo mercato bisogna sudare sette camicie. L’assenza di un gruppo italiano della grande distribuzione (a differenza dei francesi e dei tedeschi, che possono promuovere i loro prodotti tramite Carrefour e Metro) rende lo sbarco oltre la Grande Muraglia ancora più arduo. “Vinitaly China è un’ottima vetrina, ma poi sono gli imprenditori che devono conquistarsi il mercato – afferma Sergio Cragnotti, ex proprietario della Cirio, a Shanghai in rappresentanza della casa vinicola di famiglia – Gli spazi indubbiamente ci sono. Ho l’impressione che molti cinesi inizino a essere un po’ stanchi del vino francese e quindi siano pronti a sperimentare dell’altro” . (Il Sole 24 Ore)

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