Niente chimica e più natura ecco perché è la scelta giusta…

Mentre in ogni angolo di mondo ci si trova a ragionare in termini di sicurezza alimentare su Ogm, fitofarmaci, sementi, cibi funzionali, salute delle acque e situazione dei mari; mentre da ogni angolo del pianeta si leva, verso la ricerca pubblica, la medesima richiesta di ricerca indipendente e di risultati certi su cui basare le scelte politiche future, invece di costruirle solo sul mercato; mentre la parte più ragionevole dei consumatori e dei produttori di cibo si converte al biologico, per convinzione o per disperazione, di cosa si occupa l’ente governativo britannico preposto alla tutela della salute pubblica per quel che concerne il cibo?

Di provare e pubblicizzare, non voglio sapere usando quanto tempo e denaro, che il cibo biologico non sarebbe, dal punto di vista nutrizionale, superiore a quello convenzionale. Udite udite: un pomodoro bio non avrebbe più vitamine di un pomodoro convenzionale. E allora? Anche ammesso fosse vero – e ci sono fior di ricerche a provare il contrario – pensano davvero che i consumatori scelgono il bio solo perché credono abbia più vitamine? Non li sfiora il pensiero che chi sceglie di consumare o produrre bio ha una visione un poco più complessa e ampia del cibo? Non si vive di sole vitamine. Si vive di rispetto dei ritmi di maturazione, di tutela della fertilità dei terreni, di paesaggi custoditi, di bellezza pur nello sviluppo, di tessuto sociale, di bontà organolettica, di relazioni umane come quelle che si instaurano in un mercato di prossimità. Si vive di assenza di residui chimici. Si vive di cibo raccolto quando è maturo e prodotto nei territori vocali, si vive di cibo spostato il meno possibile, si vive di cibo vero. E si vive di cibo trasparente. Una delle ragioni principali per cui i consumatori scelgono il bio è che sanno cosa è. Una delle ragioni principali per cui certo cibo industriale riesce ad essere venduto è che una lunga serie di informazioni su di esso viene taciuta al consumatore, poiché non rientra negli obblighi di legge. Anche la battaglia sugli Ogm è una battaglia di etichette. Se si aprissero tutti i mercati agli Ogm ma con l’obbligo di dichiararli in etichetta, la maggior parte delle aziende produttrici fallirebbe. E infatti accanto alle azioni di lobbying per ottenere autorizzazioni alla coltivazione e commercializzazione, c’è una azione di lobbying straordinariamente più forte e cocciuta per evitare, ad ogni livello, l’obbligatorietà delle dichiarazioni in etichetta. Di questo occorrerebbe occuparsi, quando si parla di sicurezza alimentare e di salute pubblica: non del fatto che i pomodori bio non sono più salutari di quelli convenzionali. Ma del fatto che un certo tipo di agricoltura tratta produttori e consumatori come pedine di un gioco le cui vincite non vanno intascate agli uni né agli altri. Se la Food Standards Agency si ritrova con tempo e cervelli in abbondanza, provi a rispondere alle domande che davvero interessano i consumatori, a proposito della loro salute in relazione al cibo. Provi a chiarire le relazioni tra l’uso della chimica in agricoltura e l’impennarsi di tumori degli ultimi cinquant’anni. Provi a dirci quali e quante sostanze chimiche vengono rilevate in mare e dunque nei pesci a ciclo vitale lungo. Indagare su quello che già siamo sicuri sia innocuo, è troppo facile. E, in un momento in cui i consumi di biologico stanno crescendo, viene da chiedersi per quale motivo, e per fare un favore a chi, si senta il bisogno di raffreddare gli entusiasmi. (La Repubblica)

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