Nasce la DOC Roma…

ArsialCon la DOC Roma nasce in primo luogo un brand commerciale che intende fare dell’immagine di Roma il vessillo di richiamo per la produzione vitivinicola di qualità dell’intera provincia romana. Un’immagine da spendere soprattutto sui mercati internazionali, sensibili al fascino esercitato dalla storia e dalle tradizioni della città eterna.

Ma l’aspirazione ad acquisire quote di mercato estero sfruttando l’immagine di Roma è solo un aspetto, sebbene non marginale, del progetto che sta dietro la rivendicazione della nuova denominazione di origine. Una denominazione che si sovrappone quasi esattamente, abbracciandole per intero, alle pre-esistenti doc provinciali.

Quattordici denominazioni che, fatta eccezione per il Frascati, il Marino, il Cesanese di Olevano Romano e parzialmente il Castelli Romani, hanno perso negli anni gran parte del loro peso.

In quanto non solo non si caratterizzano, prese singolarmente, per una specifica base ampelografica che ne permetta una precisa definizione rispetto alle altre, ma soprattutto perché, con il passare degli anni, sono gli stessi produttori a non rivendicarne più il riconoscimento.

Le Doc esistono sulla carta, sono potenzialmente utilizzabili, ma nessuno o pochissimi ne fanno uso. La Doc Tarquinia, per fare solo un esempio, si estende su un territorio di 178 mila ettari, ma la sola rivendicazione che risulta agli atti negli ultimi anni corrisponde a due ettari di vigneto, tra l’altro situati nell’agro romano. Come dire che una doc esiste per certificare qualche decina di ettolitri di vino e qualche migliaio di bottiglie, ammesso che il prodotto poi sia interamente confezionato. Ma un discorso analogo si può fare per le doc Montecompatri, Zagarolo, Capena e via dicendo. Mentre in passato ad ogni cantina sociale presente sul territorio provinciale corrispondeva, di norma, una doc, con il declino di queste e l’aggravarsi della crisi viti-vinicola l’interesse per le denominazioni è definitivamente scemato.

Si tratta peraltro, come si diceva, di denominazioni sostanzialmente uniformi che, aldilà della zona geografica con cui si identificano, fanno riferimento ad una medesima base ampelografica.

E visto che sul territorio provinciale l’82% delle uve prodotte sono a bacca bianca, sono praticamente due i vitigni che costituiscono la massa critica delle uve destinate alla vinificazione: la Malvasia di Candia e il Trebbiano toscano. Con il risultato di un’omologazione molto spinta dei prodotti della vinificazione, una ridotta caratterizzazione e spesso uno standard qualitativo di medio livello.

LupaQuale sarà la fortuna della nuova doc e quale spinta sarà in grado di imprimere al miglioramento qualitativo delle produzioni vitivinicole è troppo presto per dirlo. Una cosa è certa: con essa si apre per i produttori una nuova opportunità; starà a loro gestirla e con i loro comportamenti valorizzarne al meglio l’immagine. Parallelamente, la sua affermazione sarebbe favorita da una progressiva soppressione delle denominazioni esistenti, come si è visto in gran parte poco utilizzate.

Oppure, in alternativa, da una loro trasformazione in sotto-zone di un’unica doc provinciale, la DOC Roma per l’appunto, previa opportuna modifica dei relativi disciplinari e verifica dei tempi necessari a garantire l’indispensabile adeguamento della struttura produttiva.

Operazione auspicabile, quest’ultima, anche per offrire al consumatore un quadro di riferimento più lineare, capace di indirizzare più agevolmente le scelte. Ma questa è una partita tutta interna, molto difficile da vincere nel breve periodo, che risponde alle logiche dei poteri locali, che si alimenta del campanilismo diffuso e delle resistenze corporative.

Ciò che a Roma è invalso come sinonimo di un’operazione di tinteggiatura spartana, una “rinfrescata” alle pareti domestiche, la cosiddetta Romanella è in realtà un vino spumante, molto apprezzato in passato e tuttora ricercato come tipico della tradizione romana, addirittura capace di alimentare una seppur modesta corrente di esportazione verso gli Stati Uniti. Fino alla recentissima creazione della DOC Roma che l’ha inserita tra le tipologie previste, fissandone le caratteristiche distintive, nessuno o quasi sapeva cosa fosse esattamente la Romanella. Un vino commercializzato quasi esclusivamente in contenitori privi di etichetta e con etichettatura fasulla, priva dei requisiti di legge, ottenuto spesso con aggiunta di anidride carbonica attraverso processi più che artigianali. Un prodotto il più delle volte privo dei requisiti minimi di legalità, sottratto ai più elementari controlli di qualità e tuttavia presente sul mercato per il consumo alimentare. Oggi, finalmente, il nuovo disciplinare fissa i parametri analitici e ne descrive le caratteristiche sensoriali, così la Romanella riconquista il suo status di autentico vino spumante della tradizione romana. (Arsial)

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