“Marchi doc. C’è troppa burocrazia”…

 “L’indicazione di origine nel settore agro-alimentare non serve. O quantomeno non è così utile a fare la differenza per vendere i prodotti”. A sfatare il mito dell’origine è un insospettabile: Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Una provocazione? No, Vecchioni preferisce definirla una “proposta di riflessione”. E la riflessione parte da un dato: “Negli ultimi 24 mesi – dice Vecchioni – i prezzi di prodotti con marchio collettivo contrassegnati da denominazione o da una connotazione fortemente legata al territorio avrebbero dovuto tenere, ma così non è stato”.

Anzi. “In alcuni casi, dalla carne bovina al Grana Padano e al Parmigiano Reggiano, le quotazioni sono tornate ai livelli del 2000”. Da qui la prima conclusione: affidare soltanto all’indicazione dell’origine la battaglia per la competitività non funziona. E pensare che quel dato fosse fondamentale per determinare la scelta del consumatore è stato un errore. E lo dimostrava già un’indagine di Nomisma del 2007.
Eppure la tendenza a prevedere l’obbligo dell’origine è ormai diventata un must. L’indicazione oggi è obbligatorio per quasi tutti i prodotti: ortofrutta fresca, carne bovina e avicola, uova e latte freschi, miele e olio di oliva extravergine. Il 5 agosto il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia ha firmato un decreto che impone la carta d’identità anche al latte a lunga conservazione e ai derivati. “Ma l’origine è una semplice informazione che non è, però, sinonimo di qualità. E legare il prodotto al territorio non è un’automatica garanzia di successo”, insiste Vecchioni, che porta un altro dato: fatto pari a 100 il reddito medio delle aziende agricole, il reddito delle imprese che hanno processi produttivi legati all’origine dei prodotti è lievemente inferiore rispetto alla media (97,6); viceversa per le imprese che non utilizzano l’origine come leva competitiva il reddito è superiore (100,4). Insomma: l’indicazione di origine non ripaga e in più etichettare, certificare e aderire ai consorzi di tutela costa. Quanto? Per fare qualche esempio, 4,8 euro per ogni forma di Grana Padano, 6 euro per il Parmigiano Reggiano e 1,4 euro per il Prosciutto di Parma. Non c’è da stupirsi se qualche produttore cominci a lamentarsi e qualcuno scelga di lasciare il consorzio. Come nel caso di Ferruccio Biraghi (scomparso nel 2004), che abbandonò il bollino di tutela del Grana Padano per troppa burocrazia. Perché è anche la burocrazia e pesare negativamente sulla competitività. “In pastoie burocratiche – quantifica il presidente di Confagricoltura – se ne vanno 100 giornate lavorative l’anno”. Dunque che fare per promuovere il Made in Italy? “Quel che ci aspettiamo è una semplificazione del lavoro di chi sta sul territorio, come si è fatto in Francia Poi è indispensabile che sulla qualità gravino meno costi: se le certificazioni si pagano – e molti imprenditori non sono più disponibili a questi esborsi – potrebbe bastare un’autocertificazione”. Qualcos’altro da dire? “Si: la politica commerciale italiana deve essere più complessa e quella dell’origine non deve diventare una battaglia dai contorni ideologici”. (Corriere della Sera)

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