L’ora della rinascita per i vini rosati “Pronti a raddoppiare le bottiglie”…

Dall’Oltrepò al Salento, la festa di 210 cantine dopo la vittoria a Bruxelles… Lei magari non lo sa, ma ad allietare i brindisi l’altra sera, nella piazza di Moniga, ci ha pensato Mariann Fischer Boel, commissaria europea all’Agricoltura. Un brindisi che sa quasi di ex voto, di grazia ricevuta. Perché i produttori di vini rosati d’Italia che questo fine settimana, per la seconda volta, si sono dati appuntamento qui sulle rive del Garda a “Italia in rosa”, hanno rischiato di ritrovarsi a celebrare un funerale, invece che una festa.

A marzo pareva suonata la campana a morto. L’annunciato via libera Ue ai rosati prodotti mescolando vini bianchi e rossi (anziché vinificando, con breve contatto con le bucce, uve a bacca rossa) sarebbe stato un colpo mortale per i vignerons italiani e francesi, il solito regalo comunitario alla grande industria, a spese di chi ha qualità, terroir e tradizione. La levata di scudi, però, per una volta ha dato frutti: raccolte di firme (1.500 nei soli giorni del Vinitaly), minacce di azioni legali, fronte comune dei ministri all’Agricoltura sui due lati delle Alpi, E, venti giorni fa, la lieta novella: la commissaria danese ci ha ripensato. I “mischiotti”, come qualcuno li aveva ribattezzati, non si faranno. Ma non sorridono solo per lo scampato pericolo, le 210 cantine di 18 regioni, per un totale di 260 vini, dai Lagrein rosati altoatesini a quelli del Salento e ai Cerasuoli di Sicilia, che si dividono gli stand a Villa Bertanzi. Qui, dove il senatore del Regno Pompeo Molmenti imbottigliò, nel 1896, la prima bottiglia di Chiaretto di Moniga, tira aria di rinascita. E i rosé, chiaretti e rosati di Lombardia, spumanti o fermi che siano, sembrano i più pimpanti di tutti. Nell’Oltrepò Pavese, per dire, sul rosé, anzi sul Cruasé, hanno deciso di puntare tutto o quasi “Il nuovo marchio collettivo, che qui a Moniga fa una delle sue prime uscite ma sarà sulle bottiglie dal prossimo autunno – spiega il direttore del Consorzio vini dell’Oltrepò Carlo Alberto Panont – identificherà i nostri spumanti docg metodo classico rosé da uve Pinot nero. Oggi sono poco meno di 500 mila bottiglie, ma grazie al Cruasé puntiamo a 2 milioni entro il 2012 e portarlo al 50% della produzione di spumante docg dell’Oltrepò”. E non è solo questione di seguire la moda (secondo alcuni studi la vendita di rosati crescerà del 17% di qui al 2012). “Il rosé è il modo più naturale di produrre spumante dal Pinot nero, perché quello è il colore normale del mosto – spiega Panont – e in Oltrepò ci sono tremila dei 3.800 ettari di pinot nero d’Italia”. Per i curiosi, Cruasé è la somma di era (cioè selezione) più rosé, ma richiama anche cruà, termine con cui, dal 600 a metà 800, si designava il miglior vino dell’Oltrepò.
Non meno ambiziosi i progetti per il Chiaretto gardesano. “Quarant’anni fa – racconta Sante Bonomo, presidente del Consorzio Garda Classico – il Chiaretto di Moniga, a base Groppello, era l’aperitivo principe in Galleria a Milano. Da allora il declino, ma ora le indagini di mercato dicono che è tempo di invertire la rotta”. Obiettivo: passare in tre-quattro anni dalle 600 mila bottiglie attuali ad almeno un milione. Poche rispetto ai 6 milioni e mezzo dei dirimpettai veronesi del Bardolino Chiaretto, ma abbastanza per far tornare a conoscere questo vino fuori dai confini gardesani. E anche fra gli spumanti di Franciacorta il rosa è sempre più di moda: dal 2004 al 2008 si è passati dal 2 al 6% della produzione (+125% nel 2008), sfiorando le 700 mila bottiglie. Oltre al “Libiam, libiam” vien quasi da intonare la “Vie en rose”. (Corriere Della Sera)

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