La Banda del Vino

La banda del vino
Un milione e mezzo di litri sequestrati. E un sospetto: dietro c’è lo stesso gruppo di adulteratori dello scandalo di due anni fa.
Lo scandalo è stato inutile. Due anni fa scattò l’allarme su una colossale centrale del vino adulterato, che da oscure cantine della Puglia finiva in bottiglie dai marchi insospettabili (vedi “L’espresso” n.14 del 2008). E oggi la Forestale crede che la stessa banda sia ancora all’opera e inondi negozi e supermarket italiani con etichette che celano prodotti molto poco genuini.
All’epoca tutto partì da una misteriosa cantina di Massafra (Taranto) poi, alla fine di febbraio, gli ispettori del Corpo hanno fatto una nuova scoperta in due aziende di Casoli e Perano (Chieti): vasche con quasi un milione e mezzo di litri destinati ad essere venduti come vino da tavola. Dalle prime analisi è risultata l’adulterazione e ora sono in corso le controverifiche di laboratorio. Tutto il prodotto proveniva da una ditta di Ginosa Jonica, in provincia di Taranto, non lontana da Massafra. Gli investigatori sospettano intrecci allarmanti: esisterebbe fra i due responsabili delle aziende di Casoli e Ginosa un “sodalizio criminoso” per la produzione e vendita di “prodotti vinosi sofisticati”, che potrebbe portare direttamente ai produttori di Massafra. Un sodalizio non nuovo all’adulterazione, per la presenza di “gravi precedenti penali” per gli stessi reati. Gli inquirenti presumono infatti che, dietro l’imprenditore tarantino di Ginosa, agisca sempre la stessa banda di sofisticatori e vogliono chiarire ogni complicità.
Si tratta di quantità industriali sfuggite alla rete dei controlli. Come è stato possibile? A fine di luglio i dieci imputati per lo scandalo del vino di Massafra compariranno davanti al gip, dopo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore di Taranto Pietro Argentino. Più ancora dei capi d’imputazione del pm, ora c’è un video esclusivo che mostra come veniva “confezionato” quel cosiddetto vino. Il video doveva essere distrutto ma “L’espresso” è riuscito invece a entrarne in possesso: un brodame verdastro esce dai silos che dovrebbero contenere vino. Dentro si trovano fertilizzanti, prodotti ogm, acido cloridico, solforico e fosforico, glicerina, lieviti, solfati di vario genere. Questo è il prodotto della Enoagri export e della VMC: la base di quel liquido è acqua, concimi e acidi. Il video si conclude con un agente che rovescia a terra gli acidi che al contatto con l’aria vanno in ebollizione. Dentro quelle vasche ci sono “prodotti vinosi del tutto differenti dal prodotto alimentare vino”, ottenuti “mediante pratiche enologiche illecite”, scrive il procuratore: di uve, infatti, non c’è traccia, “in realtà mai o solo in infima parte utilizzate”. Ma dei 70 milioni di litri partiti da lì, ne sono stati “certamente individuati” solo 16. Gli altri è probabile che siano finiti sulle nostre tavole.
Secondo l’atto d’accusa, la banda avrebbe goduto di protezioni nel municipio di Massafra dove sono inspiegabilmente spariti i documenti di trasporto dal registro delle convalide della Tirrena vini, la terza azienda sotto accusa che aveva sede sempre nello stesso stabilimento delle altre due. Gli ispettori scrivono che “il fascicolo è stato intenzionalmente sottratto o occultato presso il comando della Polizia municipale”. Ma proprio la documentazione sparita e gli accertamenti fanno temere che siano ben più di 70 milioni i litri partiti dalla centrale di adulterazione. Alla faccia dei tanti che si impegnano per difendere la qualità dell’enologia italiana. (L’ Espresso )

La Banda del VinoUn milione e mezzo di litri sequestrati.

E un sospetto: dietro c’è lo stesso gruppo di adulteratori dello scandalo di due anni fa.Lo scandalo è stato inutile. Due anni fa scattò l’allarme su una colossale centrale del vino adulterato, che da oscure cantine della Puglia finiva in bottiglie dai marchi insospettabili (vedi “L’espresso” n.14 del 2008). E oggi la Forestale crede che la stessa banda sia ancora all’opera e inondi negozi e supermarket italiani con etichette che celano prodotti molto poco genuini. 

 


 

All’epoca tutto partì da una misteriosa cantina di Massafra (Taranto) poi, alla fine di febbraio, gli ispettori del Corpo hanno fatto una nuova scoperta in due aziende di Casoli e Perano (Chieti): vasche con quasi un milione e mezzo di litri destinati ad essere venduti come vino da tavola. Dalle prime analisi è risultata l’adulterazione e ora sono in corso le controverifiche di laboratorio. Tutto il prodotto proveniva da una ditta di Ginosa Jonica, in provincia di Taranto, non lontana da Massafra.

Gli investigatori sospettano intrecci allarmanti: esisterebbe fra i due responsabili delle aziende di Casoli e Ginosa un “sodalizio criminoso” per la produzione e vendita di “prodotti vinosi sofisticati”, che potrebbe portare direttamente ai produttori di Massafra. Un sodalizio non nuovo all’adulterazione, per la presenza di “gravi precedenti penali” per gli stessi reati. Gli inquirenti presumono infatti che, dietro l’imprenditore tarantino di Ginosa, agisca sempre la stessa banda di sofisticatori e vogliono chiarire ogni complicità.Si tratta di quantità industriali sfuggite alla rete dei controlli. Come è stato possibile? A fine di luglio i dieci imputati per lo scandalo del vino di Massafra compariranno davanti al gip, dopo la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore di Taranto Pietro Argentino. Più ancora dei capi d’imputazione del pm, ora c’è un video esclusivo che mostra come veniva “confezionato” quel cosiddetto vino.

Il video doveva essere distrutto ma “L’espresso” è riuscito invece a entrarne in possesso: un brodame verdastro esce dai silos che dovrebbero contenere vino. Dentro si trovano fertilizzanti, prodotti ogm, acido cloridico, solforico e fosforico, glicerina, lieviti, solfati di vario genere. Questo è il prodotto della Enoagri export e della VMC: la base di quel liquido è acqua, concimi e acidi. Il video si conclude con un agente che rovescia a terra gli acidi che al contatto con l’aria vanno in ebollizione.

Dentro quelle vasche ci sono “prodotti vinosi del tutto differenti dal prodotto alimentare vino”, ottenuti “mediante pratiche enologiche illecite”, scrive il procuratore: di uve, infatti, non c’è traccia, “in realtà mai o solo in infima parte utilizzate”. Ma dei 70 milioni di litri partiti da lì, ne sono stati “certamente individuati” solo 16. Gli altri è probabile che siano finiti sulle nostre tavole. Secondo l’atto d’accusa, la banda avrebbe goduto di protezioni nel municipio di Massafra dove sono inspiegabilmente spariti i documenti di trasporto dal registro delle convalide della Tirrena vini, la terza azienda sotto accusa che aveva sede sempre nello stesso stabilimento delle altre due. Gli ispettori scrivono che “il fascicolo è stato intenzionalmente sottratto o occultato presso il comando della Polizia municipale”. Ma proprio la documentazione sparita e gli accertamenti fanno temere che siano ben più di 70 milioni i litri partiti dalla centrale di adulterazione. Alla faccia dei tanti che si impegnano per difendere la qualità dell’enologia italiana.

(L’ Espresso )

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