Il vino del ristorante? Lo bevo a casa…

Dopo la doggy bag, ecco il kit per le bottiglie ancora piene. Le soluzioni anti-spreco di Buta Stupa e Seven group. Un’idea che piace anche ai grandi chef… In principio era la doggy bag: la busta con i resti della cena del ristorante che alla fine del pasto si poteva portare a casa per far mangiare Fido. Oggi, sotto la spinta del caro- vita, il concetto si è evoluto, arrivando a comprendere anche il vino. Una soluzione che ha cancellato alcuni vecchi tabù e che, tra l’altro, piace ai maestri della cucina italiana.

Fra le soluzioni anti-spreco, per esempio, c’è quella proposta da Buta Stupa (in piemontese, bottiglia stappata), una società torinese nata nel 2000 che propone ai ristoratori un kit fatto di sacchetti, tappi e etichette per confezionare la bottiglia di vino rimasta sul tavolo e consegnarla al cliente quando sta andando via. “Il meccanismo è molto semplice” spiega Sabrina Mossetto, titolare della società, “dopo che il ristoratore ci comunica la sua adesione, noi forniamo il kit che è composto da 50 sacchetti con un doppio fondo in cartone, 50 tappi e altrettante etichette da attaccare alla bottiglia che da un lato riporta il nostro logo e dall’altro il nome del locale associato e un espositore da banco. Tutti i nostri associati sono nominati nel nostro sito internet e, ogni volta che partecipiamo a fiere o altre manifestazioni, riportiamo sempre il nome di tutti i ristoranti che partecipano al nostro progetto”.
Il kit è stato pensato e realizzato per trasmettere al cliente un’idea di genuinità: “Il colore dei nostri sacchetti richiama il giallo paglierino di alcuni vini bianchi, mentre il logo invece è color porpora, come un vino rosso corposo” spiega Barbara Casalegno responsabile del settore marketing. Per aderire a Buta Stupa bisogna pagare una cifra annuale di 200 euro e se il ristoratore finisce gli articoli del kit li può sempre richiedere in azienda, ogni confezione in più costa un euro. Alla fine dell’anno, chi ha intenzione di continuare a usufruire del servizio deve rinnovare l’iscrizione. Quest’anno i ristoranti associati a Buta Stupa in tutta Italia sono circa 140, a eccezione di Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia, se ne trova almeno uno in tutte le regioni.
“Purtroppo non siamo mai riusciti a fare il salto di qualità, cioè a far diventare il nostro servizio una vera e propria moda” continua la Mossetto, “per i prossimi anni speriamo di trovare degli sponsor, in questo modo riusciremmo a rifornire i nostri associati gratuitamente e ad allargare il cerchio di adesioni. In passato abbiamo cercato di coinvolgere la regione Piemonte nel progetto, senza però arrivare a nulla di concreto”. Il sito della società piemontese riceve circa sei mila visite al mese: “Questa per noi è una grande soddisfazione” conclude, “è il segno che il pubblico è incuriosito e interessato al nostro progetto o che l’ha sperimentato e apprezzato”.
Un’esperienza simile era stata fatta anche dall’Ente vini bresciani. Nel 2004 aveva avviato una campagna di promozione dei vini del territorio, rifornendo un centinaio di ristoratori bresciani di un kit gratuito per riconfezionare le bottiglie di vino lasciate a metà. Terminato il materiale e anche i fondi, però, il progetto non è stato più riproposto.
Lo stesso servizio è offerto anche dalla catena di ristoranti Seven Group. Se non hai finito il vino la bottiglia è tua e se hai un cane ad aspettarti a casa, puoi chiedere la doggy bag, una borsa con il cibo che hai lasciato nel piatto.
Con la vita che diventa ogni giorno più cara, insomma, c’è sempre una maggiore attenzione a evitare gli sprechi, sia in casa che fuori, e di conseguenza sono cambiate anche alcune vecchie abitudini. Fino a poco tempo fa, per esempio, era raro vedere qualcuno al ristorante che chiedeva al cameriere di potersi portare a casa la bottiglia di vino ancora mezza piena. Era considerata una richiesta poco elegante e in più si temeva di ricevere un’occhiataccia dal ristoratore e fare una pessima figura con i commensali. Oggi le cose sono cambiate e anche i grandi chef italiani sembrano non disdegnare questa nuova abitudine.
“È giusto che sia così, se hanno pagato è roba loro”, commenta lo chef Gianfranco Vissani, titolare dell’omonimo locale a Civitella del Lago, provincia di Terni, uno dei cinque ristoranti italiani ad avere tre stelle nella guida Michelin. “Da noi, quando il cliente chiede il vino che è rimasto in bottiglia, noi siamo contenti di darglielo: lui riesce ad ammortizzare i costi e il vino non va sprecato”.
Non solo. Secondo lo chef umbro, quando bisogna risparmiare al ristorante, si preferisce sacrificare il vino piuttosto che il pasto: “Se una bottiglia di vino costa 70 o 80 euro il cliente ci pensa due volte prima di ordinarla, però se sa che può portarla a casa magari la decisione diventa più facile”. E poi c’è il caro vita che incombe anche sui locali: “Bisogna trovare delle soluzioni per limare i costi”, conclude Vissani. “Ben vengano tutte le iniziative che vanno incontro ai clienti, perché l’aumento dei prezzi sta facendo diminuire le presenze”.
Della stessa opinione lo chef Fulvio Pierangelini. “Non c’è niente di strano a chiedere la propria bottiglia di vino” commenta, “e quando i nostri clienti lo fanno noi siamo felici di accontentarli, è una questione di rispetto e onestà nei loro confronti”. Però nel suo ristorante, Il Gambero Rosso di San Vincenzo, Livorno, anche per lui tre stelle nella guida Michelin, non capita molto spesso. “La gente che viene da me vuole divertirsi a tavola, non pensare a risparmiare” commenta Pierangelini “E una festa non è il quotidiano. E poi i miei ospiti mangiano sempre tutto e lasciano piatti e bicchieri vuoti, perciò il problema neanche si pone”. (Italia Oggi)

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