Il vino del contadino…

Nel bicchiere solo vigna e cantina… Il peggior vino contadino è meglio del miglior vino industriale”. Amava le provocazioni, Gino Veronelli. Ma la forza della frase è enorme, ufficializza un concetto, certifica un sogno. Perché è vero, per molti anni certi vini contadini sono stati viziati da malagrazia, rudezze nella raccolta delle uve, ignoranza nella vinificazione. Veronelli, però, distingueva tra contadini e contadini, uomini la cui sapienza trasformava uve sofferenti in bottiglie straordinarie: sangiovesi indomiti e rapinosi, baroli da perdere la testa. In quello stesso periodo, i cospicui investimenti delle maggiori aziende vinicole in termini di macchinari, tecnologie, ricerche, fecero fare al vino medio un incredibile salto di qualità. I guai sono arrivati dopo, quando i medi diventati grandi o quasi grandi hanno dovuto confrontarsi col mercato globale, le quantità massicce, la necessità di essere sempre all’altezza, a prescindere da terra, stagioni, vendemmie. La scelta è stata la più facile: non la diversità, per far brillare il made in Italy enologico, ma la standardizzazione. Risultato: vini piacevoli, perfettini, con tutte le curve al loro posto, aromi vanigliati, sapori morbidi, finali setosi, come corpi rimodellati da bisturi e silicone. Peccato che a forza di concentrare, ossigenare, barricare, addizionare, assemblare, i vini abbiano perso anima e identità. Sono nati così i vini “altri”. Quelli per cui Veronelli spese le sue ultime energie, diventando la bandiera di “Critical Wine”, la manifestazione parallela al Vinitaly dove si assaggia, si discute, si fanno proposte per incidere su produzione e mercato. Sono vini che si richiamano a una viticoltura rispettosa, dove la terra non viene isterilita dalla chimica, le vigne imparano a difendersi dai parassiti, le pratiche di cantina sono ridotte al minimo. Sottoposti ai comandamenti del biologico o alla dottrina steineriana (ma per la biodinamica, a differenza della Francia, qui non esiste ancora un disciplinare), vinificati in maniera estrema – fermentazioni lunghissime, uso di anfore, robuste ossidazioni – o con assoluta leggiadria, sono i bicchieri-culto di produttori che hanno fatto la storia del vino d’autore italiano: Cappellano, Rinaldi, Gravner, Radikon, Soldera, Coltibuono, Foradori… Negli ultimi anni le manifestazioni che, anche grazie alla contemporaneità del vicino Vinitaly, promuovono i vini naturali sono cresciute insieme all’interesse degli appassionati, alla sensibilità ecologica, all’affinamento delle metodologie, ma anche ai timori per la salute, se è vero che un recentissimo studio presentato a Bruxelles ha evidenziato la presenza di pesticidi e fertilizzanti in un campione di vini diversi prodotti nell’Unione, con l’esclusione di quelli certificati bio. Dalla “Triple A” (agricoltori, artigiani, artisti) ai “Vini Veri”, fino al recentissimo “Vignaioli indipendenti”, insomma, piccoli eco-vignaioli crescono. E fanno vini interessanti, originali, a volte magnifici. Una gita allargata nel Veronese a inizio aprile ve lo confermerà. (La Repubblica)

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