Frascati, il marchio si rifà un’immagine…

Addio a Cisternopoli, dai Castelli Romani parte una nuova sfida del Giv che a Fontana Candida lancia una nuova etichetta di alta gamma, il Luna Mater. I vini laziali reggono meglio alla crisi grazie all’ottimo rapporto qualità-prezzo, frutto di terre poco note ma dal grande potenziale, come il viterbese…

“La crisi incombe un po’ dappertutto, i consumi danno segnali di stanchezza sia fuori casa che nel canale di distribuzione moderno, è partito la corsa al destoccaggio, a svuotare le riserve, che rallenta tutta la filiera”, Emilio Pedron, amministratore delegato Giv, Gruppo italiano vini, non ha dubbi: “Il Frascati, però per il suo posizionamento di mercato – ha i suoi estimatori fedeli, è difficile farsi un cliente nuovo con il Frascati – e per la fascia di prezzo soffre meno dei vini della Toscana e del Piemonte; inoltre è un bianco, e c’è un grande ritorno ai bianchi, dopo tanti di rossi impegnativi, e ancora: è un vino piacevole, e dopo il boom dei vini sofisticati risponde anche a questa tendenza del ritorno al bere gradevole, che con l’incremento dei livelli di qualità del prodotto consente al Frascati di mantenere le sue posizioni: nello scenario attuale è già un dato positivo”. Il Giv è un osservatorio privilegiato per analizzare le nuove tendenze: con 14 cantine sparse in tutta Italia e un fatturato che lo pone ai vertici delle classifiche di Mediobanca per produzione in Italia, è uno dei pochi big con un ampio portafoglio di etichette. Crescere, ma facendo leva sulle specifiche caratteristiche di ogni realtà territoriale: è questa la strategia adottata, che si è rivelata vincente, con etichette approdate al top delle guide di settore, come il Valtellina Sfurzat 2001 della Nino Negri. Ora provano la scalata con il Lazio, il vino emblema dei Castelli Romani: Fontana Candida, cantina rilevata dal Giv nel 1970 ha una nuova etichetta, Luna Mater, lanciata per i 50 anni di anniversario della cantina: l’alto di gamma del Frascati, che vuole far rivivere gli antichi splendori al vino che bevevano i Papi. “Invece di un vino di fantasia, un blend internazionale, abbiamo deciso di tornare al migliore esempio del Frascati, di quello che può esprimere come tradizione, potenzialità e prestigio: il vigneto ha un’età avanzata, abbiamo riscoperto una Malvasia puntinata, vinificate alla vecchia maniera con la buccia come si faceva 30 anni fa, ma con il supporto della tecnologia moderna”. Quella del Frascati è una delle più antiche Doc, denominazioni di origine controllata, d’Italia. Un marchio storico, fortemente legato all’identità con un territorio. Divenuto nel tempo Cisternopoli, termine coniato da Daniele Cernilli, direttore del Gambero Rosso, per denunciare le cisterne di vino che vanno al nord da questa zona dei Castelli Romani in cui si produce questo vino che ora sta conoscendo una seconda vita. Il motore della rinascita si chiama “controllo della filiera”, ovvero il controllo della provenienza di tutto il prodotto, dall’uva alla bottiglia in vigore dal 2004 che pone un tetto alle bottiglie prodotte e un codice alfanumerico di controllo. Ma la rinascita del vino laziale è partita da vini internazionali, nuovi, senza legami immediati con questa terra. Come lo Shiraz o il Petit Verdot di Casale del Giglio, uno dei vini di punta dell’azienda fondata più di venti anni fa da Antonio Santarelli che ha perseguito con successo un ambizioso progetto di ricerca e sperimentazione per scoprire e valorizzare le potenzialità vitivinicole dell’Agro Pontino, un territorio bonificato negli anni 1930 e tutto da scoprire. Vicino ad Aprilia, un’area con una tradizioni vitivinicola relativamente nuova, Santarelli ha sperimentato modelli di produzione vicini a quelli internazionali, tipici del cosiddetto Nuovo Mondo. Un pioniere, che ha cercato di trascinare dietro di sé altri, di fare gioco di squadra, fondatore e presidente delle Vigne del Lazio, l’associazione creata nel 1999 proprio per riqualificare l’immagine dei vini della regione, facendole conoscere a enoteche e ristoranti di alto livello, restii a inserire nello loro carte etichette laziali. Dai Castelli, al Piglio, generoso di Cesanese e Passerina, i vini laziali sono in pieno boom:“Rappresentano una ottima realtà storica e regionale italiana frutto di quello sviluppo qualitativo che ormai si evince in ogni regione della bella Italia dei vini”, commenta Lamberto Gancia, della storica dinastia dei produttori di bollicine, ora presidente di Federvini. In questo periodo di crisi i vini laziali hanno una carta vincente: l’ottimo rapporto qualità prezzo che caratterizza quasi tutte le cantine. Un esempio: Sergio Mottura, a Civitella d’Agliano, in provincia di Viterbo, ha preso i 3 bicchieri del Gambero Rosso con il suo Latour a Civitella 2005, che costa 20 euro, contro i 35 del Cervaro della Sala, prodotto in Umbria dai Marchesi Antinori. Costa ancora meno, 11 euro circa, i Calanchi, l’astro nascente dell’enologia laziale, uno Chardonnay sempre vicino Viterbo, a Vaiano, una zona tufacea dalla bellezza impressionante. “Io e mia moglie Noemia cercavamo un bel posto per una casa di campagna, non troppo distante da Roma, e abbiamo trovato un territorio vitivinicolo dalle potenzialità fantastiche”, racconta l’armatore Paolo d’Amico, presidente di d’Amico International Shipping. proprietario della cantina di Vaiano che produce anche due rossi, un Merlot in purezza, Villa Tirrena e il Seiano, un blend di Merlot e Sangiovese, etichetta di punta della cantina. Un hobby, ora diventato un business. Americani, ma quelli dal palato fine. Sono stati i primi ad apprezzare lo sforzo dei produttori laziali. E ha fatto il giro del mondo la notizia diffusa da Bloomberg che l’italoamericano John Mariani, firma illustre di Wine Spectator, ha definito il Dithyrambus di Marco Carpineti, dell’azienda agricola biologica omonima di Cori, in provincia di Latina, “uno dei vini più deliziosi tra quelli degustati nel Lazio”. Dove ha fatto la sua scoperta? A pochi passi da piazza di Spagna, in una trattoria no frills, senza fronzoli: l’ultima moda, che con la crisi si fa ancora più forte. (La Repubblica)

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