Cercasi accordo internazionale su Doc e Dop…

Che si tratti di formaggio parmigiano, camambert, caffè colombiano o sigari cubani la risposta è la stessa: gli Stati Uniti non sono disposti a garantire una tutela giuridica forte a livello internazionale alle denominazioni di origine dei prodotti. Spalleggiati, in questo rifiuto, da pochi altri: l’Australia che ha invaso l’oriente di finte mozzarelle e di Chianti della Barossa Valley e il Canada che di ghiottonerie ne ha pochine. Sulla sponda opposta, un nutrito drappello di nazioni che difendono le loro specialità.

In primis cozzando con la politica di Paesi come l’Italia che fanno della qualità del cibo uno dei punti di forza delle esportazioni. O di Paesi come la Francia, con le sue 365 diverse qualità di formaggi che suscitavano le rimostranze del generale De Gaulle (in realtà sono 370), la Spagna col torrone di Jijona ma anche un fronte compatto di Paesi emergenti: dall’India che combatte per il riso basmati al Kenya che difende il suo thè. Il tema della difesa delle denominazioni di origine per le specialità alimentari legate a un preciso territorio fa parte dei tanti capitoli aperti nell’ambito della World trade organisation (Wto) e di quell’entità derivata che sono gli accordi Trips sui diritti di proprietà intellettuale. Questi condannano, in modo molto generico, chi trae in inganno i consumatori sulla vera origine geografica dei prodotti, o pratica concorrenza sleale. In linea di principio una “higher protection” è stata riconosciuta solo per i vini. Ma il mondo è ancora in attesa di un accor- do che metta insieme un registro delle denominazioni riconosciute e delle loro caratteristiche. E sono fìor di soldi e quote di mercato perse. È stato calcolato, ad esempio che solo un dollaro su dieci spesi dai consumatori americani in prodotti “italian style” proviene effettivamente dalle zone originali. Il saccheggio è sistematico: Chianti vinificato in California, Grana Padano prodotto in Texas, in aggiunta ai prosciutti “Daniele” agli “Italian sweet red onions” del New Mexico e a invenzioni metafisiche come “la mozzarella grattugiata Italian style”. Un tentativo di porre rimedio a tale situazione è stato fatto nell’ultima Doha Round da un vasto fronte di Paesi che ha cercato di mettere assieme diversi dossier: il registro per i vini e le bevande alcoliche, la protezione rafforzata attualmente accordata ai vini estesa alle altre denominazioni d’origine e il tema ancora più vasto dell’indebita brevettazione, da parte delle multinazionali della genetica, di materiale genetico che in realtà è derivato da piante tipiche di diverse zone del globo (biopirateria). La risposta del Trade Commssioner statunitense, Susan Schwab, è stata molto chiara: “Sulle denominazioni di origine non intendiamo negoziare”. (Il Sole 24 Ore)

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