Capperi che imbroglio…

Capperi e Malvasia: abbinamento impossibile per i gourmandies, ma non per il Nas di Catania, che su mandato della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, ha avviato uno screening alle isole Eolie per comprendere, spiegano i carabinieri, “la tracciabilità” di questi prodotti tipici. C’è il sospetto che di eoliano e di tipico, in alcuni casi, ci sia veramente poco. Dai primi rilievi sembrerebbe infatti che capperi prodotti in Marocco sarebbero stati commercializzati come frutti delle Eolie.

I militari vogliono accertare anche le procedure adottate per la raccolta e la conservazione dei capperi. Nel mirino ci sono pure le produzioni vitivinicole, con l’attenzione concentrata sulla Malvasia, tipico vino passito o naturale dell’arcipelago, che secondo i primi rilievi sarebbe stato prodotto, in qualche caso, con vitigni di Marsala. L’ipotesi di reato è frode in commercio.
Dal Nas fanno notare che le indagini rappresentano un intervento a salvaguardia del marchio doc della Malvasia. Il Consorzio dei produttori ha ottenuto il riconoscimento di origine controllata nel 1973, ma il primo disciplinare risale addirittura agli anni Trenta. Di quell’epoca anche le prime frodi. Come ricorda Antonio Lo Schiavo, il cui padre realizzò ben 78 anni fa la Società della Malvasia, avviando la commercializzazione del vino: il successo di quell’etichetta fece aumentare la competitività degli altri produttori, “che non seguivano però tutte le procedure per la realizzazione della Malvasia originale. Quella che veniva venduta nei bar, sfruttando la popolarità di mio padre, era falsa e in molti casi non era neppure prodotta nelle Eolie, ma proveniva da Marsala”. Nelle Eolie ci sono soltanto 75 ettari di vigneti, un boom rispetto ai 12 ettari censiti dieci anni fa. Quest’anno il fatturato del Malvasia sfiora il milione di euro e la produzione dell’ultimo anno supera di poco i 400 ettolitri, per un numero di bottiglie poco superiore alle 200 mila unità, di cui l’80 per cento è passito e il restante 20 naturale. Secondo i dati del Consorzio, circa la metà del prodotto viene esportata all’estero. (L’Espresso)

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