Caccia al Dna per salvare duemila anni di Aglianico…

“Un vino meraviglioso ma spesso trascurato”. L’International Herald Tribune sceglie questo titolo per sintetizzare un ampio articolo dedicato al rosso che nasce sulle colline tra l’Irpinia, la Basilicata e la Puglia. Quella sintesi fotografa al 18 settembre del 2008 l’evoluzione dell’Aglianico, un vitigno millenario importato dai Greci nel sud dell’Italia a cavallo tra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo. Per chi quel vino lo produce il titolo è una sfida.

Marco Gallone, amministratore delegato della Feudi di San Gregorio pensa di vincerla con un progetto di studio che “indaga nel passato” alla ricerca di “spazi ancora inesplorati che ci consentiranno di portare alla luce nuove “sfaccettature” di questo straordinario e multiforme vitigno”.
Già, perché le tracce dell’Aglianico si perdono nei secoli fino alla Magna Grecia quando si trovano tracce del vitigno chiamato Ellenicon (originario della Grecia) o anche Agflanos (vino chiaro e splendente per distinguerlo da altri vini campani). “E’ la prova che si tratta di un vitigno storico, prima ancora che autoctono che deve ancora essere scoperto in tutte le sue potenzialità”, continua Gallone. E così la Feudi ha deciso di investire “qualche milione” in un progetto che lega la ricerca – affidata alle Università di Milano e Napoli – alla produzione di “prototipi di Aglianici”, realizzata con macchinari appositamente costruiti.
I ricercatori lavoreranno all’”esplorazione di questi impianti secolari” con l’obiettivo di “recuperare e valutare i biotipi non ancora caratterizzati”. Insomma, si va a caccia del Dna da cui sono nati il Taburno, il Taurasi e il Vulture per capire “quale sia la sua interazione con il suolo nero vulcanico, quello bianco del calcare e quello rosso dell’argilla. Vogliamo capire – prosegue Gallone – come le diverse condizioni climatiche e del suolo influiscano sulle molecole delle uve, sui profumi, gli aromi e il gusto dell’Aglianico”.
Questa nuova fase della ricerca è la conseguenza di una sperimentazione avviata negli anni scorsi – “raccogliendo anche i preziosi consigli dei vecchi vignaioli locali” – e che ha portato alla selezione di tre cloni che “saranno omologati dall’azienda e contribuiranno a caratterizzare il nostro vino”, prosegue il manager. Anche in questo caso alla teoria seguirà la pratica: “Nella primavera del 2009 contiamo di disporre dei primi significativi risultati delle analisi e poi delle sperimentazioni sulle produzioni”. Il passo successivo sarà “trasferire i risultati di studi e prototipi alle produzioni di serie per fare vini non solo genericamente più buoni ma unici ed originali”.
Secondo Gallone, però, “sarà tutto il territorio a trarre benefici dalla nostra ricerca in termini di ricadute economiche, turistiche e di valorizzazione delle produzioni”. Tra gli obiettivi del progetto, infatti, c’è anche il recupero e la conservazione dei vitigni minori a rischio di estinzione in modo da proteggere e valorizzare la biodiversità viticola: “Per ottenere un simile risultato, però, è necessario un intervento, anche economico, da parte di tutto il sistema, istituzioni pubbliche comprese”. (La Stampa)

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