C’è la crisi, il vino resta nelle cantine….no anzi è boom di acquisti in cantina

Negare la crisi è uno dei modi per esorcizzarla. Così capita, nei padiglioni affollati del 43º Vinitaly, di sentir dire che «non so gli altri, ma a me va che è una bellezza». Eppure i miasmi della recessione si sentono, si leggono sui visi dei produttori, si respirano nei corridoi tra uno stand e l’altro, aleggiano su una fiera che fino a qualche anno fa simboleggiava l’ottimismo che animava la volontà di tutti, con le banche che finanziavano, i vinaioli che investivano e i proprietari terrieri che facevano affari d’oro. I miasmi hanno azzerato la voglia di sognare un avvenire tutto da bere. Hanno fatto piazza pulita di neologismi onirici e conformisti tipo “Eldorado del vino”, hanno abbassato la cresta a chi pensava che bastava imbottigliare un rosso made in Tuscany per arricchirsi, hanno rallentato la corsa alle cantine griffate. Insomma, al di là delle dichiarazioni di facciata, a dispetto di chi dice che tanto lui in America non vende e quindi la recessione non lo riguarda, la crisi c’è. Eccome.
I fatti parlano da soli. Negli Stati Uniti il cambio favorevole all’euro e il profondo rosso finanziario hanno prodotto una drastica riduzione dei consumi. In Gran Bretagna è il solito refrain, con la sterlina che ha perso peso rispetto alla divisa valutaria continentale e con le importazioni che hanno rallentato fin quasi alla moviola. Nel Nord Europa, dove il vino si vende soprattutto nei supermercati ed è quindi un prodotto destinato alle fasce medie, i rossi del nuovo mondo hanno da tempo conquistato posizioni di privilegio, grazie al mix tra qualità accettabile e prezzi abbordabili. Il mercato della Russia non decolla, tranne che per le grandi etichette, capaci di affascinare gli oligarchi nati sulla scia della perestroika. In India accade altrettanto e il Giappone scricchiola. Le uniche note liete arrivano dalla Cina, dove pure la Toscana nel 2008 ha registrato un 24% di esportazioni in più. Per non parlare del dilagare di una cultura salutista che non va tanto per il sottile, mettendo il vino sullo stesso piano dei superalcolici, il Chianti al pari dei cocktail da sballo etilico, e che fa intravedere un paio di bicchieri di rosso come un demonio da esorcizzare: le leggi europee sono intransigenti, draconiane, e se il controllo dell’alcoltest va male, sono guai.
Martini realista. Tutti sentono i rumors della crisi, tranne chi ha la pretesa di fare il Pierino. Claudio Martini, presidente della giunta regionale, tiene invece i piedi piantati per terra. E con il suo realismo contraddice gli ottimisti e gli scettici: «Si vende meno vino che in passato, non c’è dubbio. E’ il momento di migliorare ulteriormente la qualità». Ricetta scontata eppure, se vogliamo, innovativa. Se i consumi si sono ridotti e si sono fatti selettivi, la sfida sui mercati si gioca sull’affidabilità del prodotto. Certo, le vicende del Brunello di Montalcino che Brunello vero non era, capaci di scuotere l’edizione 2008 del Vinitaly, avranno pesato sull’immagine enologica della Toscana, contribuendo in qualche modo a determinare la contrazione dell’export (-3,4%) registrata durante il 2008. «Le ragioni di questo calo vanno approfondite – aggiunge il governatore -. Certo, la vicenda del Brunello ha pesato, nel senso che può essere stata una concausa. Però le tendenze vanno verificate sul periodo lungo, di per sé un anno non è significativo».
E allora, perché la Toscana si è risvegliata bruscamente, dovendo rivedere le proprie ambizioni di essere un “Eldorado del vino”, visto che le performance nell’export sono peggiori rispetto alle principali regioni e al dato nazionale ( 1,7%)? Perché le analisi di mercato fatte a priori, in tempo di crisi si sono fatte meno affidabili di sempre. «E’ qualcosa in più rispetto a una semplice ondata recessiva, siamo di fronte a un drastico cambiamento del modo di vendere e consumare il vino – dice Michele Satta, che ha contribuito a fare il nome di Bolgheri -. I produttori sono finanziariamente più fragili, gli investimenti vanno sostenuti col reddito delle attività e i più piccoli soffrono. Ma sono loro ad avere le maggiori chance di resistenza, poiché possono lavorare a corto raggio. Non è detto che per sopravvivere io debba vendere vino in Oriente, può essere sufficiente la Toscana. I grandi, quelli per cui non ha senso mettere in commercio 50mila bottiglie, rischiano di saltare”.
Troppa produzione. Ma il mondo del vino soffre anche di un disagio ulteriore, che in Toscana si percepisce più che altrove, viste la storia, le tradizioni e la cultura. L’avvento dei grandi gruppi finanziari, sorretti dal sistema bancario, ha portato a una crisi di sovraproduzione. Ne risentono, a dimostrazione che in questo momento quasi nessuno si salva, i più piccoli, quelli che hanno saputo rinnovare il passato e proiettare in alto l’immagine enologica del Granducato. E se i grandi possono produrre vino come fosse un accessorio, un fiore all’occhiello per veicolare meglio l’attività principale, il “core business”, tanto da riuscire a vendere bottiglie a 3 euro, i piccoli si trovano a fare i conti con questa concorrenza-Golia, sapendo già di partire battuti.
«Guardi, io faccio più fatica a smaltire i vini che costano dieci euro che quelli più cari – spiega Ginevra Venerosi Pesciolini, presidente dell’associazione Grandi Cru della Toscana e titolare della Tenuta di Ghizzano -. La recessione è andata a incidere sulle classi medio basse, chi ha clienti da tanti anni deve tenerseli, non può mollarli. E se i mercati esteri hanno rallentato, quello italiano non va certo meglio: la crisi finanziaria è andata a sovrapporsi coi cambi favorevoli all’estero e il mercato del turismo è andato in tilt».
Aspettando il 2010. Insomma tutti, ma proprio tutti, aspettano che quest’anno se ne vada, sperando che gli incubi si stemperino in brutti sogni. Dagli Stati Uniti, neanche a dirlo, spira una brezzolina ottimistica: il mercato a stelle e strisce si prepara, nel 2012, a essere la piazza enologica più grande del mondo, superando la Francia per quantità di volumi trattati. Gli yankee considerano il vino italiano “food friendly”, capace di abbinarsi a pietanze di diverse tradizioni. Le donne hanno preso a consumarlo con frequenza accelerata, ma gli uomini sono disposti a spendere di più. Il motivo? Un buon rosso, specie se italiano, fa status symbol, aiuta a fare colpo su qualcuno. E si sa, quando l’edonismo si riaffaccia è segno che la crisi, prima o poi, passerà. (Espresso)

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