Bordeaux contro Borgogna la lotta di classe del vino francese…

In Francia si riapre la querelle enologica e uno studioso azzarda i profili genetici. Il bordolese ha tratti aristocratici e protestanti mentre il rivale è contadino e cattolico… I mezzi termini, a volte, non esistono. Non si può essere guelfi e ghibellini e non si può mediare fra Montecchi e Capuleti, ancor meno pensare a una tregua tra juventini e fiorentini. In Francia si è Bordeaux o si è Borgogna, una via di mezzo è impensabile, come se il palato umano fosse irrimediabilmente manicheo. Ma non è solo una questione di gusto, a quanto pare.

Tutto divide, infatti, i due grandi vigneti francesi. Il Bordeaux è aristocratico e alto-borghese (come i suoi proprietari), protestante (come i suoi principali clienti), proteso verso il mare, elaborato con un assemblaggio di più vitigni, coltivato in grandi appezzamenti.
Il Borgogna è contadino (almeno come origine), cattolico, continentale, mono-vitigno e coltivato in appezzamenti minuscoli.
Due vini, due gusti, due scuole e una rivalità infinita. I bordolesi possono essere sdegnosi, come lo era Francois Mauriac, che quando gli offrirono un Borgogna fece una smorfia. “È vino”, gli disse il suo commensale. “Non l’avrei mai creduto”, rispose lo scrittore. Philippe Sollers è andato perfino a trovare nel Borgogna i vizi di una Francia collaborazionista e Jean Lacouture è stato sarcastico quando glielo hanno fatto bere: “Eccellente, ma preferisco comunque il vino”. E gli aneddoti potrebbero continuare, infiniti: Bordeaux e Borgogna sono i Camillo e Don Peppone del mondo vinicolo.
Libération ha riaperto ieri l’antica querelle, appoggiando si sul brillante saggio pubblicato da un geografo, Jean-Robert Pitte, un libro pieno di arguzia in cui tenta di comparare due vini “incomparabili”. La loro storia è diversa: quella borgognona è legata alla grandi abbazie, quella bordolese alla vicinanza con il mare. E chi dice condizioni di trasporto diverse dice anche clientele e gusti diversi. Certo, il terreno, i vitigni, il numero delle giornate di sole sono ovviamente determinanti, ma con l’andare dei secoli tutto si differenzia nelle due regioni, in particolare la proprietà: la più grossa in Borgogna, la Romanée Conti, è grande 1,85 ettari e produce 6 mila bottiglie. Niente in confronto a Chateau Margaux o Chateau Lafite, che sfiorano i cento ettari e le 200 mila bottiglie. Del resto, anche i nomi li contrappongono: a Bordeaux si usa il pomposo termine di “chateau”, mentre in Borgogna si privilegia il “clos”, che designa un terreno coltivato e recintato. Anche la clientela li separa. Il Bordeaux si beve nelle regioni che si affacciano sul mare, dalla Gran Bretagna alla Germania del Nord, passando attraverso i Paesi bassi, le Fiandre belghe, il Nord-Pas de Calais, l’Irlanda e la Bretagna; il Borgogna ha conquistato rapidamente Parigi, tutte le regioni dell’antico Ducato (cioè fino alla Vallonia), la Germania continentale.
E poi, particolare da non sottovalutare, il Bordeaux è il vino della corte d’Inghilterra, il Borgogna seppe sedurre i papi ad Avignone.
E qui si arriva alla tesi più iconoclasta di Pitte, che vede nella contrapposizione tra i due vini quella tra protestantesimo e cattolicesimo. Che la vigna sia stata un simbolico contrafforte all’avanzata della Riforma si può tranquillamente constatare su qualsiasi atlante geografico. Ma Bordeaux è cattolica e non ha mai avuto grandi tentazioni protestanti. Eppure, i negozianti venuti dal nord erano riformati e le loro maniere si sono trasmesse ai grandi proprietari bordolesi. EI vigneti si vendono come qualunque bene, esattamente come nel mondo anglosassone, mentre in Borgogna tutto resta legato alla proprietà del terreno, che si trasmette invia ereditaria. C’è perfino chi mette in relazione la forma delle bottiglie con la religione: la bordolese sarebbe austera come i protestanti, la borgognona panciuta come un curato. Niente, insomma, può riconciliare due vini e due mondi “incomparabili”.

 

Bordeaux…
105mila ettari coltivati
Denominazioni – 53
Tra le più note: Pomerol, St. Emilion, Mèdoc, St. Estephe, Pauillac, St. Julien, Haut Mèdoc, Margaux e Pessac-Lèognan

 

Borgogna…
27mila ettari coltivati
Denominazioni – 514
Tra le più note: Village, Chablis, Còte dOr, Còte de Nuits, Còte de Beaune, Còte Chalonnaise e Màconnais

 

STESSA DIVERSITÀ TRA LA TOSCANA E IL PIEMONTE…
Piemonte sta a Borgogna come Toscana sta a Bordeaux: forse è un’equazione un po’ semplicistica, ma da sempre è nella mente degli addetti ai lavori. Quella natura più contadina che caratterizza il viticoltore piemontese, paragonata a quei quasi onnipresenti quarti di nobiltà che aleggiano sui loro omologhi toscani, è una realtà assodata. “ È così da sempre – conferma Gigi Piumatti, un’autorità nel settore, autore di saggi e coautore con Daniele Cernilli della “Guida Vini d’Italia” di Gambero Rosso-Slow Food -. In Piemonte si trovano piccole proprietà con una media di 8-9 ettari ognuna. In Toscana le case vinicole sono di conti, marchesi e baroni e hanno dimensioni enormi, di centinaia di ettari, con castelli e dimore importanti a presiederle”.
E questo nonostante le grandi tenute toscane si siano nel tempo un po’ parcellizzate, a causa delle divisioni delle grandi famiglie in rami diversi. “Prendiamo Ricasoli – continua Piumatti – forse la famiglia più alta nelle gerarchie nobiliari: da Bettino, il “barone di ferro”, sono discese almeno dieci proprietà minori, eppure ognuna misura centinaia di ettari”.
Altre affinità: Piemonte e Borgogna prediligono i monovitigno (con il Nebbiolo che trionfa da noi e il Pinot Noir in Francia), mentre Toscana e Bordeaux preferiscono gli uvaggi, cioè i vini ottenuti da una miscela di vitigni diversi. Un effetto collaterale della situazione è che il fenomeno della presenza di produttori “forestieri” in Toscana è più vistoso (milanesi, svizzeri, tedeschi) che in Piemonte: è più difficile e complicato mettere insieme una grossa tenuta acquistando piccoli lotti da tanti contadini che acquisire in un colpo solo decine di ettari da un unico proprietario. (LaRepubblica)

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