Bioagricoltura, la nicchia è diventata un grande business

In periodi di crisi dei consumi come l’attuale i segnali in controtendenza vanno considerati con particolare attenzione. Perché sono questi i veri portatori di futuro. Soprattutto quando non sono supportati dalla leva del prezzo. Siamo in grado di anticipare un dato dell’Osservatorio sulla salute che verrà presentato a Bologna Fiere in occasione di Sana il prossimo settembre: gli italiani che dichiarano di consumare regolarmente cibi biologici passano dal 22% rilevato nel 2008 al 26% di quest’anno.

Un aumento che assume un particolare significato anche alla luce del fatto che, per la prima volta, nell’ultimo anno si è fortemente risparmiato, riducendo gli acquisti, anche nell’alimentare. I prodotti biologici non sono solo in controtendenza in termini di vendite ma costano mediamente circa un quinto in più ed il consumatore di biologico non è particolarmente abbiente.

Una ulteriore conferma del trend verso acquisti più consapevoli ed attenti ai temi della salute, dell’ambiente e della sostenibilità. E’ da accogliere con soddisfazione quindi l’accordo firmato proprio in questi giorni dal ministro Scaiola con Federbio – la federazione dell’agricoltura biologica e biodinamica – per il sostegno all’internalizzazione delle produzioni biologiche italiane. L’Italia con circa 50 mila produttori – produttori sui generis con un’età decisamente bassa comparata al settore agricolo tradizionale, un elevato livello culturale e una forte utilizzazione delle nuove tecnologie e oltre un milione di ettari dedicati, è il primo produttore al mondo nell’agroalimentare biologico. Inizialmente l’accordo riguarda il potenziamento delle strutture commerciali nel Nord (negli Usa il mercato del biologico con i suoi 36 miliardi di euro assorbe poco meno della metà dell’intero valore del mercato mondiale) e del Sud America. Dovrà svilupparsi e coinvolgere poi l’intero bacino Mediterraneo. Ma quali sono i fattori di successo del biologico? La consapevolezza crescente dell’importanza del cibo per la salute. Il prodotto biologico rappresenta l’idealtipo del prodotto salubre, con esclusione di prodotti chimici di sintesi, l’uso esclusivo di fertilizzanti naturali, il bando degli Ogm. Intercetta inoltre una crescente sensibilità alle problematiche ambientali: è espressione di una agricoltura che non ha un rapporto predatorio con la terra, non la avvelena, si fonda su una rotazione delle culture, garantisce la biodiversità e usa tecniche agronomiche idonee. Ma anche, è una motivazione non da poco, gli alimenti biologici stanno delegittimando l’equivalenza tra il bello e il buono – una equivalenza che ha sinora oscurato la insipidità di fondo – frutto dell’omologazione dell’agricoltura industriale. Gli alimenti biologici freschi avranno forse meno appeal visivo ma sono percepiti come molto più buoni. Sarebbe opportuno adesso che il biologico iniziasse a sviluppare una comunicazione adeguata per intercettare e consolidare il vento che soffia nella sua direzione. Infine una domanda (im)pertinente: perché la grande industria alimentare italiana, che pure ha produzioni di qualità, non opera una decisa opzione per il biologico? (La Repubblica – Affari&Finanza)
“In tempi di crisi vince la terra”…
La voglia di stabilità rilancia l’agricoltura… L’agricoltura nei prossimi decenni sarà al centro della scena economica mondiale. A dircelo, oltre ai recenti avvenimenti sui mercati delle commodity, è il “Mpt”, ovverosia “Margine di programmazione temporale”, che nasce dal calcolo statistico sulla incidenza di alcune variabili sia dell’ecosistema, sia dell’economia locale che ne deriva, nell’arco di una serie storica (40-50 anni), ma soprattutto sulla “regolarità” di queste variabili. “In altre parole – spiega Alessandro Bertirotti, docente di Antropologia culturale all’Università degli studi di Firenze – quanto più il Mpt è esteso, perché fa riferimento ad un ecosistema regolare, più le capacità cognitive degli abitanti di quel sistema saranno stimolate a sviluppare modelli di utilizzazione del territorio che pongono una maggiore attenzione alle tecnologie da impiegarsi”.
E da un punto di vista antropologico cognitivo l’attuale fluttuare dell’ economia della finanza dipende in realtà proprio da questo allontanamento che l’umanità ha operato negli ultimi 10 anni dalla regolarità che suggerisce l’ecosistema. “In altre parole – prosegue il professor Bertirotti – ritornare “a zappare” con una nuova tecnologia significa per l’umanità del futuro recuperare le matrici antropologiche più profonde e legate ai valore “nutriente e nutritivo”, sia in senso biologico, sia culturale, dei prodotti della madre terra”. Questo ci fa capire quanto sia pericoloso per l’uomo e foriero di regresso pensare di sottrarre importanza all’agricoltura, ignorare i ritmi della natura e alienarsi dalla madre terra cullandosi nella falsa illusione di una emancipazione dalle proprie radici che proprio in quanto radici dalla terra traggono nutrimento. Certo potranno cambiare ed evolversi le tecniche, l’agricoltore superevoluto non userà la zappa e la vanga, ma sempre con la terra e le sue produzioni dovrà fare i conti e quanto più lo farà elaborando modelli razionali e rispettosi dell’ecosistema tanto più il suo Mpt si estenderà fornendo sicurezza per un futuro a lungo termine.
“Che la sopravvivenza dell’uomo sia legata a doppio filo con la pratica agricola è cosa ovvia e risaputa – conclude Bertirotti – e anche quando non è l’uomo personalmente a coltivare, consuma durante la giornata prodotti che provengono dall’agricoltura. Non è un caso che nei periodi di crisi ci sia una rivalutazione dell’agricoltura, né che molti giovani stiano ritornando a questo settore. Non dimentichiamo che l’Italia è un paese sostanzialmente a cultura agricola e anche se è ricca di industrie ha un’antica identità contadina”.

(La Stampa)

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