Alcol: quando servono i divieti…

Qualche anno fa il governo australiano finanziò una campagna contro le “stragi del sabato sera”, basata su uno spot televisivo, ispirato al film “Gioventù bruciata”, in cui un gruppo di ragazzi evidentemente alticcio organizzava una folle corsa in auto. La “pubblicità progresso” si concludeva con immagini di corpi maciullati tra le lamiere, tanto crude da provocare aspre polemiche. Ai giovani (abituati ai film splatter in Tv) quelle immagini invece non fecero né caldo ne freddo, ma in compenso, dato che molti di loro “Gioventù bruciata” non l’avevano mai visto, trovarono carina l’idea delle corse in auto come prova di coraggio.

I risultati della campagna furono disastrosi: i consumi di alcol proseguirono come prima e in compenso si diffuse quella pericolosa moda E’ un esempio, bene noto a chi si occupa di educazione sanitaria, di come sia difficile e delicato comunicare con il pubblico giovanile. E’ altrettanto noto che nessuna campagna di comunicazione, anche se fatta meglio di quella australiana, può ottenere da sola dei risultati se non è accompagnata da misure di restrizioni concrete. Ci vuole un nuovo proibizionismo, allora? Tutti gli esperti sono concordi nel ricordare che i divieti, nel mondo giovanile, tendono a diventare un invito. E si sa che in molti Paesi del nord Europa, dove le misure sono molto più rigide che in Italia, l’alcolismo è a livelli più elevati. Che cosa si può fare allora ? Bisognerebbe in primo luogo uscire da un equivoco. Se esiste un problema di alcolismo giovanile (i dati delle ricerche e la cronaca sembrano confermarlo), questo va affrontato come emergenza sanitaria e non semplicemente come un problema di ordine pubblico. Le iniziative di vari enti e comuni mirano, con interventi parziali di orari (le ore notturne) o spazi (i transennamenti, i divieti limitati alle zone della movida) a ridurre gli incidenti stradali e gli schiamazzi pubblici, il che potrà rassicurare le famiglie, ma non risolvere il problema complessivo. Che è quello, difficilissirao, di incidere su un certo stile di vita giovanile. Evitando i danni (particolarmente gravi nei giovanissimi) alla loro salute e non soltanto le conseguenze degli incidenti stradali e delle risse da discoteca. Serve, come hanno proposto gli esperti della rivista Lancet pochi giorni fa, un insieme di misure articolate, che comprendano compagne di comunicazione e informazione mirate al mondo giovanile e il coinvolgimento degli educatori e della medicina di base, ma anche norme restrittive, che in tal caso possono essere anche più severe di quelle adottate in modo episodico. Perché i divieti limitati a 16 anni? Da troppo tempo si arenano regolarmente in Parlamento, sotto diversi governi, le proposte per innalzare l’età di acquisto degli alcolici a 18 anni, quando in alcuni Paesi il limite è a 21. Multe di 500 euro sono troppo severe? In molti Paesi la trasgressione comporta il ritiro della licenza e la chiusura del locale. E davvero, come si è fatto per il fumo, non si può limitare maggiormente la pubblicità di alcolici, che dilaga in Tv a ogni ora e sponsorizza importanti avvenimenti sportivi? Nell’ambito di un programma generale e coerente, una regolamentazione sensata non è proibizionismo. (Corriere della Sera)

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