A prova di crisi: investire in grandi vini o sui territori vitivinicoli famosi

Per qualcuno il vino è un bene rifugio come l’oro, per altri meglio i vigneti che si rivaluteranno sempre e comunque. Nei periodi di turbolenza dei mercati azionari ci guadagnano solamente gli speculatori, solitamente molto abili ad approfittare dei momenti di grande volatilità e capaci di sfruttare la situazione senza assumersi rischi eccessivi. Ma per chi non ha queste capacità, cioè buona parte delle persone, è meglio non rischiare troppo e investire i propri risparmi in settori relativamente sicuri.

Ebbene, per alcuni analisti economici i vini pregiati sono investimenti sicuri almeno come l’oro, il bene rifugio per eccellenza, visto che ultimamente anche il settore immobiliare sta perdendo i pezzi. Non a caso moltissime bottiglie dei migliori millesimi delle più blasonate cantine mondiali già da anni sono custodite nei sicuri caveaux delle banche svizzere. Ma oggi a puntare sui grandi vini di marca è anche la Ricerche & Studi di Mediobanca, che fa rilevare che i 100 top wines, racchiusi in un apposito indice borsistico chiamato Liv Ex, sono saliti nel periodo 2001-2008 di un buon 12,9% annuo, una performance simile a quella dell’oro che è salito mediamente nello stesso periodo del 13% annuo e che ha limitato le perdite negli ultimi turbolenti mesi dove invece buona parte dei titoli hanno avuto dei veri e propri tracolli.
Ma chi è che contribuisce a mantenere le quotazioni di certi vini così elevate? Principalmente i ricchi acquirenti di molti Paesi emergenti, russi, cinesi ed indiani soprattutto, che non lesinano a spese quando desiderano far bella figura a tutti i costi; per loro il vino top è un investimento di immagine, un oggetto adatto per le pubbliche relazioni, un simbolo del nuovo status sociale appena conquistato, ma ovviamente le superbottiglie sono rare e quindi in presenza di una forte domanda chi le detiene può concludere ottimi affari.
Gabriele Barbaresco, a capo di Ricerche & Studi di Mediobanca, intervistato da Wienews (www.winenews.it) spiega che “la crisi attuale può spingere le aziende a cercare spazi di crescita nelle economie dei paesi emergenti che, seppure in rallentamento, mantengono tassi di crescita ancora elevati. Il vino italiano, comunque, si sta orientando sempre più sulla qualità con un aumento significativo per le etichette dei grandi vini (+200%), del 51% delle docg mentre i vini comuni sono scesi del 9,2%. Anche i segnali dall’export vedono una contrazione dei volumi a fronte di una crescita del valore”.
Ma non ci sono soli i grandi vini su cui puntare, infatti sembra che investire in vigneti ed aziende vitivinicole continui ad essere, nosostante tutto, ancora un ottimo affare, a patto di scegliere territori agricoli di immagine consolidata. Ad affermarlo, in un intervista sempre a WineNews (intervista completa su Winenews.tv), è Edoardo Narduzzi, presidente di Synchronya e team leader nell’advisory per il settore agroalimentare e nel settore vitivinicolo e investimenti ambientali sempre per Synchronya.
“I grandi territori del vino sono sempre – afferma Narduzzi – un buon investimento alternativo. Soprattutto nei momenti di crisi perchè hanno una capacità di tenuta del valore superiore agli altri asset. Sono fisicamente scarsi, cioè fisicamente determinati e quindi il loro valore tende a conservarsi e quando cresce la domanda, a parità d’offerta, addirittura a crescere”. Inoltre in questo quadro instabile i territori vinicoli hanno anche una redditività interessante perchè “in periodi in cui gli altri asset, quali azioni o bond, hanno tassi in diminuzione, le obbligazioni tendono ad avere rendimenti pari a zero se non addirittura negativi, i grandi territori del vino di qualità esprimono, invece, un investimento immobiliare alternativo che ha una redditività reale molto interessante”.
I fondi che cercano di investire in vino, secondo le indicazioni di Narduzzi sono essenzialmente di tre tipi. In primo luogo vi sono i “grandi fondi pensione internazionali che cercano di piazzare una quota del loro patrimonio in investimenti alternativi e di lungo termine, che comprano per tenere in portafoglio non meno di una decina d’anni. Poi ci sono i fondi sovrani alla ricerca di investimenti qualificati e redditizi. E infine alcuni fondi specializzati che sono in parte Real Estate, quindi fondi immobiliari, e in parte fondi alternativi”.
Ma quali sono le “aziende tipo” dei fondi? L’“azienda tipo” ricercata dai fondi deve essere – prosegue ancora Narduzzi – essenzialmente “medio grande ed avere la proprietà del terreno da cui proviene la sua produzione vinicola, non può cioè essere un’azienda di semplice commercializzazione di vino. E, soprattutto, deve essere un brand riconosciuto nel settore, quindi non un’azienda giovane né una start up, ma un’azienda che negli ultimi decenni abbia saputo esprimere un marchio di qualità”.
Il primo e migliore mercato ad essere segnalato è il Vecchio Mondo, Italia e Francia, in testa. Italia che “forse ha anche un appeal in più sulla Francia, soprattutto in alcuni territori italiani come la Toscana. Allo stesso tempo, però, il Nuovo Mondo può esprimere delle rivalutazioni del capitale investito più interessanti sull’Europa che invece esprime valori più consolidati”.
Un investimento in wineries in Cile o Nuova Zelanda, territori che hanno possibilità di rivalutazione del terreno diverse rispetto ai territori italiani o francesi potrebbero dare nel medio-lungo termine soddisfazioni maggiori rispetto al Piemonte, la Borgogna, la Toscana o la zona di Bordeaux, dove i valori degli asset sono più definiti e quindi anche la capacità di rivalutazione. Allo stesso tempo però il nuovo mondo è più esposto al rischio di una volatilità verso il basso”.
A riprova di quanto appena affermato basta osservare l’indice di borsa nel periodo 2001-2008 relativo alle società quotate impegnate nel settore vino in tutto il mondo: l’indice Mediobanca del settore è salito del + 60% a fronte di un risultato delle Borse mondiali in calo, nello stesso periodo, del – 17%. (Enotime)

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